Tutto iniziò all’incirca i primi mesi di scuola. Frequentavamo il primo liceo classico, eravamo reciprocamente anonime. Tutto ciò che sapevamo l’una dell’altra era che i nostri cognomi, in quel quotidiano appello, erano separati da quello di un’altra compagna. Per i 2 anni precedenti non avevamo scambiato neanche qualche battuta, a ricordare bene, neanche ci salutavamo. Se ci incontravamo per strada, ci mettevamo un po’ prima di mettere a fuoco dove c’eravamo già viste…in classe!
Poi lo stesso colpo di fortuna: la prof indicò le due persone che voleva “sentire” il giorno dopo in classico latino, io e lei. La invitai a studiare a casa mia, tanto stavamo entrambi con le pacche nell’acqua… Quel pomeriggio trascorse a lanciarci in bocca i pop-corn preparati da mia madre, che segnarono un voto indecente sul registro, ma l’inizio della nostra amicizia. Ormai l’interrogazione era andata, e lei, coi suoi soliti modi gentili mi disse: “T’ facev scem, e invece m’ staj simpatica!”.
Cominciammo a studiare spesso insieme, e quella che per me era il soggetto più strano della classe, che qualche volta si presentava a scuola con le treccine africane, pur avendo i capelli corti, che una sigaretta spegneva e un’altra accendeva(dall’età di 14 anni!), che sfoggiava i cappelli più strani, che aveva il coraggio di mandare a quel paese le prof, che non aveva nulla di femminile e che correva come valentino rossi per la discesa del liceo prima che la sua vespa special bordoux si decidesse a mettersi in moto, divenne la mia migliore amica.
Dalla vespa passò alla motocicletta,che presto sostituì il pullman … i migliori anni della nostra vita! Io ero la sua fedelissima compagna di viaggio.
Un giorno all’uscita di scuola, indossando il nostro casco integrale, cavalcammo a motore spento fino al tabaccaio. Dovevamo far presto perché i vigili incombevano. Marzia,sventolando 5 mila lire, disse alla tabaccaia che stava all’entrata facendo pulizie: “Signò, a vol a vol, mi passate nu pacchett e sigarett?”. La signora acidità si girò stridulando: “A vol a vol, nun t’ pass proprj nient pecchè teng ’a vetrin man!”. Come? Nessuno le fa queste risposte e con quel tono, è come gettare alcool sul fuoco. Esprimendosi in tutta la sua elegante femminilità, rispose: “signò, a vol a vol, jatvenn affancul!”. Mi abbassai repentinamente la visiera del casco, perché solo così potevo nascondere il mio imbarazzo.
Lei mise in moto e scappammo via.