Avevo smesso di studiare pianoforte già da quasi quattro anni quando decisi di telefonare al più grande maestro della zona. Non so perchè, non so cosa mi spinse a farlo, dato che ormai avevo dato priorità all'univarsità, e non avrei avuto tempo per nient'altro. Forse quello che avevo non mi bastava più... Insomma, chiamai proprio lui, quello che intimoriva tutti, il tremendo, quello che faceva fare le "audizioni" a chi aspirava a diventare suo allievo, quello che meccanicamente per telefono mi disse: "Signorina, io non rubo tempo e denaro a nessuno, lei mi faccia sentire di cosa è capace, ma non le assicuro di offrirle la mia disponibilità...".
In quella casa non si respirava altro che musica. E lui era un "pazzo". Lo trovai seduto ad un vecchio pianoforte (ne aveva tre, uno a coda, un mezzacoda e un verticale su cui faceva lezione) con la matita in bocca, la mano sinistra che provava accordi e con la destra scriveva a penna su uno spartito. Non mi guardò neanche in faccia, si alzò subito dal sediolino e mi disse: "Prego, si accomodi, facciamo presto...ho delle cose da fare!". Mi ripetevo che non avrei perso nulla a provare, al massimo c'avrei azzeccato una delle mie magre figure, ma tanto...chi l'avrebbe più rivisto?
Mi fece suonare solo due righi di una suite di Bach e mi interruppe dicendo severamente: "Signorina, lei non si sa neanche sedere al pianoforte. Ma chi le ha insegnato tutto ciò finora? Un calzolaio? E mi ha detto che dirige anche un coro? E fa anche pianobar? Ah, Signore!!". Pensai: "Ecco, adesso raccogli i tuoi spartiti, ringrazia per il tempo che ha perso per te e vai di corsa a casa". E lui: "Ci vediamo la settimana prossima alle 10,30. Hai tre mesi di tempo per fare quello che dico io, se non ci riesci ti saluto".
Da quel giorno passarono tre mesi, sei mesi, nove mesi, un anno. Le sue lezioni erano catechesi che duravano anche due ore a volte. "Io devo formare una pianista, non ti devo insegnare a leggere le note". Si parlava di tutto, di come dovevo atteggiarmi, cosa pensare, imparare ad ascoltare il mio corpo, perdere il pudore davanti al pianoforte perchè dovevo accarezzarlo come se fosse stato un uomo. Il pianoforte doveva essere il mio uomo, a lui dovevo parlare, comunicare, con tutta me stessa. Non vedevo l'ora di andare da lui il venerdì mattina, quello che mi insegnava mi dava una carica incredibile per tutta la settimana. Mi coinvolgeva in tutto quello che faceva, tant'è che spesso rimanevo a cantare col suo coro. Aveva una grande stima per me, mi incoraggiava, e spesso mi diceva: "Tu sembri un'insicura, ma hai le palle quadrate!". Un giorno di aprile mi disse: "Devi fare la domanda d'esame, hai solo 15 giorni di tempo. Tu a settembre vai a fare l'esame di quinto anno". Non fiatai. Un esame che si prepara in tre anni non avrei mai potuto farlo con un anno e mezzo di studio, era da pazzi. Ma mi affidai a quel pazzo, e se lui mi aveva detto così...
Il giorno prima di quel famoso esame, venni a sapere dell'opportunità di trasferirmi a Roma a studiare e concludere con vecchio ordinamento, ma per farlo avevo solo 2 giorni di tempo, altrimenti non sarei potuta più uscire dalla mia università. Un sogno che si avverava. Ovviamente chiamai il mio maestro e gli spiegai il tutto. "Tu domani vai a fare st'esame, poi fai i bagagli e cambia vita! Hai una grande opportunità che non puoi perdere, vai via da casa, vivi da sola, fai esperienza, sono sicuro che non avrai alcun problema a farti una vita in quella grande città! Che fai qui? Vai e non avere paura. Ma prima... non perdere la concentrazione, domani devi suonare". Lui era il mio secondo padre. Un mito.
Non avevo più paura di suonare. Anzi, andai a fare l'esame con l'atteggiamento giusto: "Siediti e fai sentire a tutti di cosa sei capace, vai!". Feci un bell'esame, incoraggiata da lui e dalla mia nuova prospettiva di vita. Superai l'esame e all'uscita per telefono mi disse: "Sì na cap 'e cepp! Mò và a rò vuò!" (Tradotto: Hai la testa dura! Adesso vai dove vuoi!). Il giorno dopo partìì e da allora ci siamo visti solo una volta in due anni e più, ma ogni volta che ci sentiamo mi lascia dicendo sempre la stessa frase: "Sei in gamba, non avere mai paura, capito?".
Stamattina gli ho telefonato e gli ho detto che giovedì mi laureo. Contentissimo per me, mi ha fatto gli auguri e, come ogni volta che ci sentiamo, mi chiede di ritornare a prendere lezioni da lui, di ricominciare a studiare: "Ja, ti organizzi, scendi una volta ogni quindici giorni, io t'aspetto... perchè non continui? Adesso discuti la tesi, poi ad aprile fai la domanda per l'esame di storia della musica!". Ogni sua parola è un ordine. Gli voglio un bene incredibile, ed è stato un grande dono per me, per la mia formazione non solo pianistica, ma anche personale.
GRAZIE PER AVER CREDUTO SEMPRE IN ME, MAESTRO!